venerdì 27 ottobre 2017

Il Monte dei Cocci, una discarica di duemila anni fa al centro di Roma


PERCORSO 2. Roma antica e imperiale
Itinerario: Monte dei Cocci a Testaccio


"La vasta pianura, che si estendeva tra le falde sud-orientali dell'Aventino e del Tevere, sin dall'età repubblicana venne utilizzata nell'estremità meridionale come discarica. Dell'area di proprietà demaniale se ne occuparono i consoli Clodio Licinio e Senzio Saturnino emanando nel 5 d.c. un divieto contro l'occupazione del suolo da parte dei privati.
La funzione di discarica, in un luogo destinato alla collettività, fu probabilmente l'elemento caratterizzante di questa vasta pianura non soltanto in epoca romana, ma sino al secolo scorso …".

Dobbiamo abituarci alle ironie della storia: una discarica della prima età imperiale romana è divenuta meta di pellegrinaggi archeologici, turistici, accademici ... E cosa accadrà fra duemila anni di Malagrotta? Contenitori di plastica, cellophan, polistirolo ... batterie, cellulari, ferracci, resine da quattro soldi, mobili componibili, cumuli fumanti di diossina ... i lacerti di una civiltà che produce oltre l'inutile, mozziconi irrecuperabili alla bellezza. Basterebbe questo a dimostrare (in modo semplice, elementare) la nostra mancanza, l'incapacità ormai cronica di produrre bellezza ... anticamente anche lo scarto possedeva una dignità, una forma, un'espressività ... qualità che parlano ancora a distanza di secoli.

"Per quanto riguarda la funzione di discarica, in prossimità del Tevere (nella zona fra il Tevere e le attuali vie Beniamino Franklin, Giovanni Branca e via Marmorata) ... venne iniziato, probabilmente sin dall'epoca augustea, uno scarico sistematico e organizzato di materiale fittile (anfore) presso lo scalo denominato Emporium sorto nella zona extra Porta Trigemina. La collina così costituita prese il nome di Testaceus da 'testa', nome latino per indicare i cocci ...".

Il monte Testaccio, insomma, consiste in un cumulo di anfore spezzate lungo quasi tre secoli.

domenica 25 settembre 2016

Antonella Cecchi Pandolfini, Undici haiku


I

Il vento soffia
pensieri e lacrime
lungo la riva

Kaze ga fuku
omoi to namida
kishibe de

II
Pioggia che scende
sul mio corpo inquieto
inosservato

Ame ga furi
watashi no ochitsuki no nai karada ni
kizukarenai

III
Solennemente
la pioggia mi risvegliò
pietre bagnate

Ogosoka ni
ame ga mezameta
nureta ishi

IV

I gelsomini
nelle tue mani tese
appassionate

Jasumin
anata no hirogeta te no naka
jounetsu-tekina