martedì 1 dicembre 2015

Il graffito palatino del Foro Romano. Un bisticcio tra ragazzi di 2000 anni fa

Il graffito di Alessameno risale al II-III secolo dell’era volgare; fu ritrovato durante gli scavi sul colle Palatino di Roma, presso il Paedagogium, un edificio in cui venivano educati i giovani paggi imperiali (di rango sociale elevato, spesso di origine straniera).
Il graffito è oggi esposto nell’Antiquarium Palatino, all'interno dell'area archeologica dei Fori Imperiali.

Esso raffigura un individuo nell'atto di venerare un uomo crocifisso dalla testa d'asino.

Sotto si legge, in greco: "Alexamenos sebete theon", ovvero "Alessameno adora il suo Dio". Viene considerato il primo testo sacrilego della storia, e un atto d'accusa, beffardo e violento, contro i primi cristiani, ritenuti adoratori di un dio-asino.




Il video interpreta il graffito palatino alla luce della poesia di Giovanni Pascoli (realizzazione video a cura del Cantiere24; link youtube: https://youtu.be/uxTFmL0zgvo; sotto il testo integrale del poema)


Probabilmente la credenza pagana deriva da un passo di Tacito secondo il quale Mosè e gli Ebrei, banditi dall’Egitto dal re Boccori, e vaganti nel deserto, furono salvati dalla morte per sete da un branco di asini selvatici:

"... si misero senza meta in cammino. Nulla tanto li tormentava come la mancanza d'acqua; e già cadevano quasi morti al suolo, quando una mandria d'asini selvatici, tornando dal pascolo, andò a fermarsi al riparo di una rupe ombreggiata d'alberi. Mosè li seguì e pensando che là si trovasse terreno erboso, scoprì larghe vene d'acqua ... essi immortalarono in un santuario l'effigie dell'animale che aveva mostrato l'acqua a dissetarli e pose fine al loro vagare ..."(1).


Che gli Ebrei adorassero un dio dalla testa d'asino (probabilmente per influsso del culto egizio di Seth) è testimoniato anche da Apione il quale, nella sua Storia dell’Egitto, sostiene che il re Antioco Epifane, conquistatore di Gerusalemme nel II secolo a. C., avrebbe trovato, nel Sancta Sanctorum del Tempio, una venerabile testa d’asino, in oro.


Duccio Di Buoninsegna, Entrata di Cristo a Gerusalemme
È probabile che la credenza pagana, confondendo tradizione ebraica ortodossa e religiosità protocristiana, originasse inoltre da ben precisi passi testamentari; ad esempio, riguardo la Bibbia, da Zaccaria (2):

Ecco a te [Israele] viene il tuo re:
egli è giusto e vittorioso,
è umile e cavalca un asino,
un puledro, figlio d'asina”.

un passo che i cristiani riterranno profetico dell’entrata di Cristo Re a Gerusalemme, avvenuto proprio a dorso d’asino. Tutti e quattro i vangeli riportano l'episodio, importantissimo poiché testimonia della nobiltà del sangue di Gesù (l'accusa per cui poi fu condannato a morte).
Ecco Matteo (21, 1-7), che, infatti, cita Zaccaria:

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un'asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me … E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: ‘Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito’. Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:

Dite alla figlia di Sion:
Ecco, a te viene il tuo re,
mite, seduto su un’asina
e su un puledro, figlio di una bestia da soma.

I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere(3)

Tale materiale, d'origine medio-orientale, avrebbe perciò ingenerato nella romanità la leggenda dell'adorazione da parte della comunità cristiana per una divinità bestiale. Non è un caso che, proprio durante il periodo del II secolo, hanno diffusione romanzi che hanno come protagonisti uomini-asini (4).


Duccio di Buoninsegna, Fuga in Egitto
La persistenza dovette essere forte, tanto da spingere un campione di intransigenza cristiana come Tertulliano a reagire vigorosamente, additando Tacito quale colpevole e menzionando, peraltro, un dipinto di tenore affine al graffito di Alessàmeno (5):

E invero, come ha scritto un tale, avete sognato che una testa d'asino è il nostro dio. Codesto tale sospetto l'ha introdotto Cornelio Tacito. Costui, infatti, nel libro quinto delle sue Storie, prendendo a raccontare la guerra giudaica dall'origine della gente, dopo aver anche congetturato quello che ha voluto, tanto su l'origine stessa, quanto sul nome e la religione della gente, narra che i Giudei, liberati dall'Egitto o, com'egli credette, banditine, trovandosi nelle vaste località dell'Arabia, quanto mai prive di acqua, tormentati dalla sete, su l'indizio di onagri, che si credeva si recassero, per avventura, dopo il pasto, a bere, poterono far uso di sorgenti; e per questo beneficio la figura di una bestia simile consacrarono. Così di qui si presunse, penso, che anche noi, come parenti della religione giudaica, all'adorazione della medesima immagine venissimo iniziati. Vero è che il medesimo Cornelio Tacito, pur essendo quel gran chiacchierone di menzogne, nella stessa Storia racconta che Gneo Pompeo, presa Gerusalemme ed entrato perciò nel tempio allo scopo di osservare gli arcani della religione giudaica, nessun simulacro colà trovò ... Ma una nuova rappresentazione del dio nostro è stata già recentemente in codesta città divulgata, dacché un criminale, assoldato per frustrare l'assalto delle bestie, espose un dipinto con una scritta di questo tenore: 'il dio dei Cristiani, razza di asino'. Questo dio aveva orecchie d'asino e un piede munito di zoccolo e recava un libro e la toga. Ridemmo e del nome e della figura”.

Anche il giurista Minucio Felice (I-II secolo), cristiano, nel suo Ottavio (6), fa proferire al pagano Cecilio:

Sento dire che i Cristiani venerano la testa della bestia più spregevole, l'asino, non so per che futile motivo … e chi ci narra che il loro culto si rivolge ad un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e ai ferali legni della croce, non fa che attribuire altari appropriati a quei malfattori e scellerati, che onorano ciò che si meritano”.

Questi, in breve, i resoconti storici (7).
In età moderna un tentativo d’interpretazione del graffito, con alcune concessioni alla fantasia, è stato dato da Giovanni Pascoli. Una delle sue composizioni in latino più pregevoli, Paedagogium, adotta una prospettiva apologetica; Alessàmeno, secondo il Pascoli, sarebbe un ragazzo di lingua greca (probabilmente figlio di nobili sconfitti dalla potenza imperiale romana) studente nel Paedagogium di Settimio Severo. Qui, nell’episodio immaginato dal poeta romagnolo, Alessàmeno bisticcia con Caréio, un coetaneo delle Gallie, il quale, per vendicarsi, rivela, proprio attraverso il graffito, la scandalosa fede del ragazzo greco.
La poesia di Pascoli termina con il probabile martirio di Alessameno; ma Caréio, ch'era stato il suo involontario carnefice, commosso dalla fermezza del cristiano, si converte alla parola di Cristo e condivide il destino di martire del suo nuovo amico nella fede.

Nel breve video sopra presentato si sposa la visione pascoliana: il graffito nascerebbe da un bisticcio fra giovanissimi studenti-schiavi di duemila anni fa.
Ed ecco il testo di Giovanni Pascoli (8):

“La reggia del Palatino quel giorno risonava di ragazzi che giocavano. L'imperatore Pio Severo era lontano da Roma a respingere una buona volta i Pitti con una muraglia e le armi. Ma in un'ala appartata della Corte cresceva, in libera custodia, un numeroso stuolo di figli di re, condotti ostaggi nell'Urbe da ogni parte del mondo. Imparavano quivi a leggere e a scrivere, e il pio Virgilio e la sferza; correvano nudi nella nitida palestra, e a tempo e luogo si divertivano con le noci, col disco e col cerchio che corre via spinto dalla bacchetta, e poi vacilla e cade. Dimentichi della patria, o che giacesse sotto il velo d'immense nebbie, o si aprisse ubertosa ai raggi del sole levante, i ragazzi giocavano. Uno Spagnuolo manda la palla, la rimanda un Arabo; le castella di noci costruite da un Africano cadevano sotto il tiro di un Britanno. Indi il chiasso e le piccole risse accompagnate da grandi grida.
Come quando un'acquata scroscia da improvvise nuvole sopra gli uccelli vaganti e li raduna in un sol luogo: di qualunque specie essi siano corrono a ripararsi in un frondoso giardino o negli alberi di un cortile, e zitti, finché non cessi di tonare, stanno nascosti insieme sotto le foglie, né il passero conosce la lodola che gli si è riparata accanto, né la cincia il cardellino: ma appena il sole torna a splendere iridescente attraverso i rami che sgocciolano tutt'intorno, uno già scuote le ali, un altro pigola, cinguettano; uno scatta col suo ciuffo rosso tra i rami, un altro col suo nero cappuccio, poi lietamente prendono il volo e tutto il bosco guizza di ali e la casa echeggia del loro vario canto.
"Ehi tu," grida un ragazzo dai capelli rossi a un altro che li ha neri "o Siro o Caldeo tu sì, oppure ..." "Io mi chiamo Alessàmeno". "Ebbene, entra a fare il terzo nel gioco della palla". "Veramente, ora vorrei imparare i versi Tu regere imperio che tra poco sarò chiamato a recitare". Non aggiunse altro; e, presi su i suoi quaderni, si ritirava da parte. "Lascia quelle sudice cartaPecore alle tignole e da bravo rimandaci la palla". "Carèio, sono al tutto novizio in questo gioco". "Lusus, il gioco, dice quel saggio, è il migliore maestro". "Vorrai dire l'uso, usus, se ricordo bene la sentenza". Risero ambedue; meno Alessàmeno, che in tutto diverso era dal compagno nel volto nella voce nelle membra, esile e con le gote soffuse d'un pallore di ulivo. Soggiunse sorridendo: "Un'altra volta giocherò volentieri; ora lasciami; troppo spesso il maestro si adira con me per gli errori che, straniero come sono, faccio in latino". "O non vorrebbe ch'io parlassi greco al pari di uno allevato in Atene, io che sono nato sulle sponde dell'Oceano? Lascia che quel grèculo noioso lavi gli Etíopi e vieni". "Perdonami: voglio mostrargli la mia buona volontà". "Eh, via! Noi nel greco non sbagliamo più spesso che tu nel latino, o piccolo vanesio?". "Con tua buona pace, la mia non è vanità. Egli mi riprende in tal modo che ormai mi rincresce burlarmi di lui, vecchio com'è". "Carezzi l'asino perché non tiri calci". "Lui, il maestro, che pure ne avrebbe il diritto, non ci chiama così". "Invece di maestro chiamalo piuttosto aguzzino, e non sbaglierai". "Egli è buono". "Giacché la mala croce ti piace, serviti pure". "Che cosa vuoi dire?". "C'è di quelli che la amano, la croce". "Ossia?". "Forse anche tu sei di coloro che adorano un'immonda bestia, come quei tali becchini che masticano un pane intriso di sangue. Perché te ne stai sempre in disparte? Che cosa biascichi continuamente? Perché tieni lontani i compagni e li sfuggi? Forse, ma non vorrei credere a quel burlone, per recitare sue cantilene a Cristo?". Quindi, agitando la palla dall'una all'altra mano: "Ebbene," riprese "giochi o no?" Alessàmeno non risponde, ma una subita fiamma gli sale su per le guance brune; gli fremono le labbra, ha un sussulto, gli si bagnano gli occhi di pianto, lo fissa in volto.
Allora Carèio, con la palla che aveva in mano, scagliandola in tutta forza, colpisce Alessàmeno. Al colpo, avvampa Alessàmeno di subita ira, e, simile al leopardo che balza su snello di tra le verdi alghe del patri Eufrate, si avventa addosso al gagliardo corpo del Gallo. Comincia la zuffa: accorre con aspra voce e con la sferza il custode e li separa; poi afferra il Gallo ribelle che per primo aveva offeso il fanciullo innocente, e, aperto l'uscio della cella vicina, ve lo spinge dentro riluttante e, sgridandolo, ve lo chiude.
Carèio si dà a picchiare lungamente l'uscio coi pugni e la terra coi piedi; si graffia le gote, si strappa i rossi capelli, e ora rivolge ad alta voce molte e fiere minacce al compagno assente, e ora, non potendosi vendicare, sommesso sospira, e per odio dell'altro strazia e odia se stesso. Fino a che, mentre il petto gli è ancora scosso da singhiozzi, si ferma zitto a guardare uno stilo su cui aveva posto il piede. Lo afferra e con quello segna la rozza parete. Con due sgraffi sul muro fa una croce; configge alla croce un corpo umano con le braccia aperte e i piedi appoggiati a una linea di traverso. Attacca all'uomo in croce un collo d'asino e una testa orecchiuta. Gli occhi del disegnatore non sono più gonfi di pianto. Poi, ai piedi della bestia crocifissa, fa un ragazzo che con la sinistra le manda baci o le offre incenso. Ora non singhiozza più Carèio. "Chi dirà che questo ragazzo non sia tutto lui nato e sputato? Ma perché nessuno ne dubiti, sarà bene scriverci il nome. Trattandosi di un Greco, userò lettere e parole greche. Anche se mi sfugga un errore, non sarà qui a dargli la caccia quell'uccellatore". E con l'animo sgombro da ogni nube di collera scrive: " Alessàmeno adora il suo dio; - e se ne loda.
Al cadere del giorno, quando ogni rumore si faceva sempre più lontano, e lì al buio il fanciullo si sentiva più solo, ecco scompare tutto ciò di cui prima aveva riso e pianto, l'ira gli cade e dal cuore dilegua ogni gioia maligna. Ciò che prima era in lui, ora non c'è più, è svanito; tornano invece le cose che furono nel tempo lontano e che più non saranno. Chiamato, va a dormire; il suo solito letto lo accoglie. La lampada manda gli ultimi guizzi. A stento distingue la fila dei lettucci nell'incerta oscurità della notte. Già i compagni sono immersi nel sonno e nella camerata alita il lieve respiro dei ragazzi. Ma irrequieto è lui, per i molti ricordi che gli tornano alla mente. O babbo! O mamma! O terra tutta nera di querce, o ampia distesa del canuto mare sparso di vele! Tutto là era permesso se non ciò che il padre vietava; non un castigo che tu, mamma, non volessi risparmiarmi. Dove saranno essi ora? Quale la loro vita dopo aver tanto sofferto? In che angolo nascosti, o in quale terra sepolti? Qua è consentito soltanto di piangere, purché sommesso nel cuore; e non è conforto alcuno aver tanti compagni di pena.
Mentre egli,pensa queste cose a occhi aperti, si accorge che c'è un altro vicino a lui che ancora è sveglio e si muove. Tende l'orecchio. L'altro, adagio adagio, scende dal letto, e si mette in ginocchio sul pavimento, se pur Carèio ha da credere a ciò che scorge nel buio. Lo riconosce: è Alessàmeno. "Di che si lagna?" mormora Carèio: "Qual dio vede egli nelle tenebre? E che cosa chiede? Che prega?" "Padre nostro" comincia quegli a dire con un tenue sussurro "che sei nei cieli". Il resto si perde nella notte e le parole, agli orecchi t si, gli giungono in un confuso balbettio. Alfine Carèio, a bassa voce: "Pe donami, ti prego". Meravigliato l'altro risponde: "Anche tu sei sveglio Carèio?" "Cerco invano di dormire". "Per colpa mia, perdona". "Al contrario; fui io che ti offesi per primo". "Ma io più tollerante dovevo essere e scusare il compagno infelice. S tu, fratello, non fai grazia a me, e io, meschino, non la faccio a te, come altri la farà a noi? Un'ansia, lo vedo, ti stringe tristemente il cuore in mezzo agli stessi giochi". "Oh, rivedrò mai la patria? Rivedrò la dolce madre? Il caro babbo non spero di trovarlo mai più. Qu sto mi rende, ahi, troppo infelice e insieme troppo cattivo". Detto così, Carèio si scioglie in lacrime e allunga la mano nell'ombra e tenta di prendere con la destra la destra dell'amico. Alessàmeno si leva e mestamente bacia il mesto compagno, ma godono di piangere insieme, e di soffrire insieme si confortano.
Tutta intorno tace l'alta notte e la tenebra sonnolenta.
Di quando in quando qualcuno piange nel sogno, qualche altro balbetta un lamento. E Carèio: "Perché io più spesso di te sono preso dall'ira?". "Fratello," dice Alessàmeno "forse perché io sono meno infelice di te". "Come? Non sei esule tu al pari di me? E privo del padre e della pia madre? E solo e senza speranza? O forse hai saputo che i tuoi genitori sono ancora vivi?" "Non ho saputo nulla". "E dunque?" "La fida madre quando io partii, m'insegnò un luogo dove l'avrei riveduta e dove l'avrei ancora, quando Iddio volesse, riabbracciata". "Dove mai?" "In cielo". "E chi ti farà da guida?" "Dio". "Quello a cui dianzi chiedevi qualcosa, sebbene non visto né da te né da me?" "Ma lui ci vede entrambi". "Devo credere che Teutàte un giorno verrà a guidarmi per le buie contrade?" "No, Dio: questo nome soltanto ha Dio per noi". "Più forte della morte?" "La morte ha cessato oramai di essere signora; ora serve, e proprio lei, quando che sia, ci ricondurrà nella patria". "Grandi cose codeste: perché così lungo tempo me l'hai tenute nascoste, o compagno?" "La mamma, l'ultima volta che mi tenne abbracciato sulla spiaggia del mare, mi comandò di non rinnegar mai la mia fede, e di non rivelarla senza motivo". "Non so dire qual mesto sollievo tu hai dato a un infelice. Ora prenderò sonno. A nessuno voglio bene quanto a te. Dormi". "Fratello, riposa in pace". Si misero a dormire ambedue tranquilli; e tacquero a lungo. Poi, con un soffio di voce, il Gallo domandò: "Perché mi chiami spesso fratello?" "Perché Dio è il padre comune di noi tutti". "Quel Dio che è nei cieli?" "E nel cui regno potrai finalmente risorgere e vivere". "E rivedere la mamma".
La mattina il pretore fa chiamare Alessàmeno alla presenza dei compagni, e gli dice: "Sembri un figliuolo savio e buono; sebbene da qualche tempo corra sul conto tuo una voce non bella, che s'è fatta via via più insistente, e ora ti accusano perfino le pareti. T'incolpano, caro, d'esser seguace di Cristo e di bruciar incensi, tu pio, a una bestia". Rispose: "Che cosa ha in comune con le bestie un uomo pio?" "E nemmeno con la croce, direi. La croce conviene lasciarla ai ladroni e agli schiavi fuggiaschi. I corvi, sì, hanno ragione di venerare la croce. Taci? Ragazzo, non più parole: tu sai che il signor nostro e tuo è soprannominato Pio, ma il suo nome è Severo. Or bene, maledici a Cristo". "Lo benedico". "Sciagurato, tu conosci la legge". "Cristo è la mia legge e Dio il mio Signore". "Scostati da codesti che sono puri, e vieni. Sarà salvo il mio gregge. Allontànati con la tua peste, ora che appestato sei tu solo". "Ti sbagli," grida Carèio "eccone un altro"; e corre verso il fratello; lo piglia per mano e va insieme con lui".


* * * * *
(1) Tacito, Storie, V, 3-4
(2) Zaccaria, IX, 9
(3) Gli altri Vangeli: Marco XI,1-2; 10 “Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui ... Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra”
Luca XIX, 28-30; 35 “Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui … Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù”.
Giovanni XII,14 “Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra”
(4) Apuleio, con La metamorfosi o L'asino d'oro; Luciano o lo pseudo Luciano con L'asino; e il misterioso Lucio di Patre o di Patrasso con un’opera consimile (testimoniata da Fozio nella sua Biblioteca)
(5) Tertulliano, Apologetico, XVI, 1-2; 9
(6) Minucio Felice, Ottavio, IX, 3-4
(7) Una curiosità a parte è quella che fa derivare il toponimo ‘Affogalasino’ (un fosso ch’era nei pressi della Via Portuense) dal martirio dei cristiani per annegamento. Scrive Giuseppe Tomassetti nella sua monumentale ricognizione della campagna romana antica e medioevale: “Vige tradizione che, presso la Magliana - ove l’avvallamento dimostra esservi stato un piccolissimo lago fra i boschi dei Fratelli Arvali -, molti pagani, convertiti al cristianesimo, vi fossero affogati. Per disprezzo dei cristiani, creduti adoratori di un dio simboleggiato in una testa d’asino, la località prese il nome di Affogalasino”. Aggiunge lo studioso del quartiere Portuense Antonello Anappo: “Questa leggenda troverebbe riscontro nella Passio dei Martiri portuensi Simplicio, Faustino e Beatrice, i cui corpi, gettati da un ‘pontem lapideum’ (un ponte di pietra) arrivarono poi, trasportati dalle acque, fino all’Ansa della Magliana. L’esistenza di un ponticello è confermata dal cronachista Pietro Romano, che gli dà il nome di Ponte di Fogalasino”.
Nonostante l’indubbia suggestione delle etimologie è probabile che il toponimo derivi dalla difficoltà degli animali da soma a guadare il fosso anzidetto durante la cattiva stagione.
(8) Giovanni Pascoli, Carmina, traduzione di Luigi Pietrobono.